Guardia Giurata aggredita in centro a Mestre (VE)


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Piazza Ferretto, guardia giurata aggredita: quando la sicurezza diventa un lavoro ad alto rischio

Un’altra aggressione nel cuore di Mestre, un’altra notte segnata dalla violenza giovanile. Questa volta a farne le spese è una guardia giurata, finita in ospedale con 20 giorni di prognosi dopo essere stata colpita a pugni da due ragazzi in piazza Ferretto, mentre stava svolgendo il proprio servizio di vigilanza nell’area della pista di pattinaggio sul ghiaccio.

L’episodio, avvenuto intorno all’una e mezza, fotografa perfettamente un doppio problema che da tempo attraversa molte città italiane: da un lato l’escalation di comportamenti aggressivi nelle ore notturne, dall’altro la crescente esposizione al rischio del personale impiegato nella sicurezza privata, spesso chiamato a gestire situazioni complesse senza strumenti e formazione adeguati.


Un’aggressione “improvvisa” che improvvisa non è

La dinamica, per quanto rapida, segue uno schema purtroppo ricorrente: un gruppo di giovani che inizia con atti di vandalismo “minori” – pugni all’auto di servizio, oggetti rovesciati in piazza, spostamenti verso palco e pista – e un addetto alla vigilanza che interviene per riportare la calma e chiedere spiegazioni.

È in quel momento che la tensione esplode: due ragazzi si scagliano contro la guardia, colpendola al volto con una serie di pugni che la fanno cadere a terra, frantumando gli occhiali e provocando un trauma facciale che richiederà giorni di cure e recupero.

L’arrivo dell’ambulanza e della polizia, il trasporto all’ospedale dell’Angelo, l’analisi delle telecamere di sorveglianza per identificare i responsabili sono ormai il copione standard di queste notti difficili. Ma limitarsi alla cronaca significa fermarsi alla superficie.


Violenza giovanile e degrado urbano: un fenomeno che si allarga

Il caso di Mestre non è isolato. In Veneto, come in molte altre regioni, gli episodi di violenza che coinvolgono giovanissimi sono diventati sempre più frequenti:

  • a Padova, decine di provvedimenti contro giovani tra i 15 e i 29 anni per minacce ai coetanei e furti ripetuti;
  • a Treviso, pestaggi in centro città, aggressioni a gruppi di amici alle spalle, persino un’inviata televisiva colpita con bottiglie mentre svolgeva il proprio lavoro.

La risposta istituzionale è passata anche attraverso un massiccio uso dei cosiddetti “Daspo urbani”, estesi ben oltre il mondo dello sport e applicati in chiave preventiva contro gruppi considerati problematici. In sei anni i provvedimenti sono aumentati del 650%. Un dato che evidenzia la percezione di emergenza ma che apre anche interrogativi sulla reale efficacia dei soli strumenti repressivi, soprattutto quando in gioco ci sono minorenni.

Dentro questa cornice, la figura della guardia giurata, del vigilante, dell’addetto alla sicurezza privata diventa sempre più centrale… e vulnerabile.


Il paradosso della sicurezza: chi protegge chi deve proteggerci?

L’episodio di piazza Ferretto mette in luce un paradosso: chiediamo a chi lavora nella sicurezza privata di “fare da argine” al degrado e alle situazioni a rischio, ma spesso queste persone non sono messe in condizione di operare in modo realmente sicuro.

Molte guardie giurate e addetti alla vigilanza:

  • svolgono turni notturni in contesti affollati o potenzialmente conflittuali (piazze, eventi, locali, aree di aggregazione giovanile);
  • si trovano a dover mediare, calmare, allontanare soggetti alterati, ostili o aggressivi;
  • operano talvolta da soli, con tempi di intervento delle forze dell’ordine inevitabilmente non immediati;
  • non sempre ricevono una formazione strutturata su gestione del conflitto, comunicazione efficace, tecniche di de-escalation, tutela della propria incolumità.

Il risultato è che, nel tentativo di riportare l’ordine e prevenire danni a cose o persone, finiscono in prima linea, ma senza gli “strumenti” – non solo materiali, ma soprattutto culturali e professionali – adeguati a farlo.


Perché la formazione è decisiva (non solo un dettaglio burocratico)

In troppi casi la formazione del personale di sicurezza viene vissuta come un adempimento formale, limitato a poche ore teoriche o a istruzioni di base su protocolli e normative. Ma i contesti reali sono molto più complessi.

Un addetto alla sicurezza che lavora in piazze, eventi pubblici, aree di svago notturno dovrebbe essere preparato su:

  • lettura del contesto: riconoscere segnali premonitori di tensione, individuare gruppi a rischio, intuire quando una situazione sta degenerando;
  • de-escalation verbale: scegliere parole, tono e atteggiamento che calmino, non che inneschino ulteriori reazioni;
  • gestione del gruppo: sapere che cosa cambia quando non si ha davanti un singolo, ma un branco che si rafforza a vicenda;
  • autotutela: come posizionarsi, come mantenere una distanza di sicurezza, quando è il caso di arretrare e chiamare immediatamente rinforzi;
  • coordinamento con le forze dell’ordine: protocolli chiari su se, come e quando intervenire in prima persona, e quando invece limitarsi a osservare e segnalare.

Non si tratta di “insegnare a fare gli eroi”, ma esattamente del contrario: costruire una cultura professionale in cui l’obiettivo principale è prevenire il rischio e proteggere, ma senza trasformare ogni intervento in un corpo a corpo inevitabile.


Un investimento che riguarda tutti: Comuni, aziende e cittadini

Formare seriamente il personale che veglia sulle nostre piazze e sui nostri eventi non è un vezzo, è una necessità. E non riguarda solo gli istituti di vigilanza.

  • Le amministrazioni locali dovrebbero inserire, nei bandi per la sicurezza di eventi e spazi pubblici, requisiti chiari di formazione specifica su gestione dei conflitti e sicurezza in contesti urbani.
  • Le aziende della sicurezza sono chiamate a vedere la formazione non come un costo, ma come uno strumento per ridurre infortuni, contenziosi, responsabilità legali e danni d’immagine.
  • I cittadini dovrebbero essere consapevoli che la presenza di una guardia giurata non è una garanzia assoluta di “ordine immediato”, ma un presidio che funziona meglio quanto più è sostenuto da regole chiare, tecnologie (es. videosorveglianza), illuminazione adeguata e politiche sociali sul territorio.

Perché se la notte in piazza diventa teatro regolare di aggressioni, nessun singolo operatore potrà mai bastare a “risolvere” la situazione con la sola presenza fisica.


Non solo repressione: prevenzione, educazione, competenze

I Daspo urbani, i controlli straordinari, le sanzioni sono strumenti che hanno la loro funzione. Ma non bastano, né possono essere la risposta unica alla violenza giovanile e al degrado urbano.

Accanto alla repressione servono:

  • politiche educative che lavorino sulle cause profonde del disagio;
  • spazi di aggregazione che non siano lasciati al caso;
  • progetti che coinvolgano famiglie, scuole, associazioni;
  • e, soprattutto, professionisti della sicurezza adeguatamente preparati a operare in questi contesti.

L’aggressione alla guardia giurata di Mestre non è solo un fatto di cronaca: è un campanello d’allarme su quanto possa essere fragile, oggi, il confine tra chi è chiamato a garantire sicurezza e chi, in assenza di strumenti adeguati, si ritrova inevitabilmente esposto alla violenza.


Conclusione: ripensare la sicurezza a partire da chi la fa

Mettere al centro la formazione del personale impiegato in contesti potenzialmente pericolosi significa riconoscere che la sicurezza non è solo presenza fisica o repressione, ma competenza, professionalità e capacità di prevenzione.

Se vogliamo piazze vive, eventi sicuri e città in cui si possa circolare anche di notte senza paura, dobbiamo partire da qui: proteggere chi ci protegge, e costruire intorno a loro un sistema che non li lasci soli davanti a un disagio sociale sempre più visibile e aggressivo.


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Redazione

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